Diario di un amore perduto di Eric-Emmanuel Schmitt

Diario di un amore perduto di Eric-Emmanuel Schmitt

di TIBERIO CRIVELLARO

Quando leggo certi grandi autori francesi contemporanei tradotti in Italia da Alberto Bracci Testatesecca mi trovo nel “diesis” delle nozze.

Sto al sicuro in queste letture, ilare come una upupa. In questo caso, poi, in “Diario di un amore perduto”  (E/O Edizioni) di Eric-Emmanuel Schmitt, qui il Testasecca si è superato. Ben lo sapete che non esagero in lodi, piuttosto stronco l’autore che cerca di farmela e, di farvela, non senza complicità editoriali o di vanesi prefatori, figuratevi su una inadeguata traduzione.

Ritornando sul campo della delizia, informo i disinformati che, lo scrittore qui in “scena”, è giunto al ventottesimo romanzo tradotto nello stivalone, semper a cura della casa editrice sopra menzionata. E vi dico dell’altro, Monsieur Schmitt, dopo aver vinto il prestigioso Goncourt è stato chiamato dai suoi membri a farne parte. Schmitt è stato anche regista cinematografico del  il suo “Odette Toulemonde”, ma soprattutto teatrale quale attore protagonista di alcuni suoi personaggi calcando le scene dei migliori teatri europei e oltreoceano. Un esempio? “Monsieur Ibrahin e i fiori del Corano”, che fu interpretato anche dal grande Omar Sharif. E non cadete dalle nuvole ché ve l’ho recensito una mezza vita fa.

Insomma, a distanza di due settimane mi ritrovo un altro capolavoro, diverso per tema da quello di Enard uscito  lo scorso 2 giugno ne “La Sicilia”. Smetto di cianciare, ma “ciancio” su questo romanzo non romanzo. Un diario intimo (non inventato) sulla vita e la morte della madre fatto di memorabili episodi brevi; gran parte sono dei veri e propri aforismi poetici. Tanti piccoli laghi di lacrime, e intimo dolore, se “i conti si fanno alla fine”, sui fini oggettuali quanto soggettuali. L’approdo? Vedremo. Vedrete? Se non siete lettori gran pigroni. Vi sto suonando la carica. Riuscirà Schmitt a “spiaggiare”? “La terra, spaccata, oscena, colse di sorpresa una carne arancione, intima, umida, scivolosa.

I becchini hanno violentato la terra. Abbandonati sul mucchio ci sono pale e picconi: le armi del loro attentato. Le ombre che ricoprono la fine di mamma. Mi deciderò a parlarne? La vergogna mi trattiene la penna.” È la cronaca di uno straziante amore materno interrotto da quel destino a cui tutti siamo destinati. Una scrittura struggente, autentica. Pura straripante poesia,  intensa che pompa fino all’ultima pagina (181); tra ricordi, aneddoti nel continuo tentativo di uccidere il lutto; tanti micro episodi, fotogrammi alla Cartier-Bresson.

Ma non manca di esternare gratitudine di essere ciò che è diventato per merito di mamma: donna bella e affascinante, sportiva, intellettuale e amante della musica. La vera protagonista in tutte le pagine. Donna straordinaria, dea dalle mille risorse, unica forse, così meravigliosamente descritta. Difficile, per uno scrittore, affrontare il tema della morte di uno dei due o tutti e due i genitori senza cadere in fastidiosi luoghi comuni, o nel “vittimismo” dostoewskijano.

Mi vengono due esempi narranti per intensità, forti, duri che sbordano nella dolcezza: Hemingway, Baudelaire. E Proust? Altri, ora, non ne rammento. Aiutatemi voi o generosi. L’autore, nella stesura, non mostra i dettami del romanzo. Più una confessione liberatoria, paragonabile a una lunga corda piena di nodi, che Schmitt prova a sciogliere senza cadere nel facile provincialismo letterario. E, al culmine, vive un mistero che lo “fantasma”, lo ossessiona: suo padre era veramente il padre biologico? Oppure un personaggio enigmatico, compagno-marito della madre che, per amore, ha sopportato la presunta paternità? Un uomo che apparentemente non “riconosceva” i tanti valori e pregi di un figlio precocemente bravo su tutto? Un burbero quasi sempre-contro? Se siete sulle spine vi rivelo il bel finale in dialetto veneto: “I curiosi se paga de sabo” (I curiosi si pagano di sabato). Per questo scrivo di venerdì.

ERIC-EMMANUEL SCHMITT

DIARIO DI UN AMORE PERDUTO

E/O Edizioni

 

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