di TIBERIO CRIVELLARO
Si sa quanto pensiero e riflessione non facciano soste nella mente umana proprio perché vi sono più domande che risposte. Non solo per la filosofia, per le discipline scientifiche o le arti ma anche nel fare poesia, quella maiuscola s’intende, esclusi pertanto i troppi poeti presuntuosi e arroganti, sopra tutto i pochi che occupano posizioni di potere (il bruttino esempio di alcuni direttori di collane importanti) che spadroneggiano, occupati a scambi di favori in questo miserabile tempo.
Ecco perché, almeno negli ultimi 40 anni, una folla di raccolte mediocri continuano a essere stampate. Ecco perché i lettori di poesia, stanchi di buttar soldi, sono in via di estinzione.
Un peccato per quei pochi quando fanno bella poesia, profonda e civile e che continuano a farla nonostante tutto. Tra costoro, Giuseppe Grattacaso, nativo di Salerno (in foto, nella copertina, appare sornione- soddisfatto) con la sua recente raccolta “Dei vertebrati, degli invertebrati” (Edizioni Internopoesia, Latiano). Sento il coro: “Ma è un trattato, un saggio di scienze naturali?”.
Garantisco che si tratta di una raccolta di poesie che profumano fortemente di natura fatta di vegetali ed “esseri” viventi. Tema non solo inventivo e fuori dal comune anche procedendo, afferma Grattacaso, dagli esemplari Leopardi e Gozzano, da Camillo Sbarbaro, del Pascoli che il poeta ama particolarmente. Come il titolo che probabilmente è un riconoscimento a Leonardo Sinisgalli, non dimenticando l’amico Elio Pecora.
Intanto Giuseppe Grattacaso ha già “intascato” i primi importanti successi da maestri del teatro, quali il grande attore Giulio Scarpati e Giuseppe Cederna che hanno recitato suoi versi, anche se di un’altra raccolta, in più occasioni. Ma come sceglierne alcuni se ogni poesia è sorprendente? Quale difficoltà! ma intanto citerò codesti: “La polvere dispersa che dimentica/ d’essere stata un tempo l’esistenza/ della mano, dell’occhio, ora minima/ presenza, particella (…) o: “un’altra vita fu albero di nave,/ maestro in traversate solitarie/ in rotte verso l’oriente, torreggiante/ più dei palmizi nobili di Beirut (…). A pag. 95: “Tra se stesso e il passato, la crisalide/ natura morta, scultura in divenire/ selvaggio bruco, anima contratta/ di farfalla (…) E ancora: “Il cuore troppo cuore invertebrato,/ scimmiesco cuore forse mai educato/ a non essere costola che frena (…) il cuore senza cuore inaspettato,/ flaccido cuore li dimenticato”. Ma che “Cuorema”! avrebbe detto il grande e già dimenticato Cesare Ruffato, poeta e anche Professore di microbiologia all’UNIPD. Che “macro” poeta è Giuseppe Grattacaso! Ave.
GIUSEPPE GRATTACASO
DEI VERTEBRATI, DEGLI INVERTEBRATI
Edizioni Interno Poesia



