La breve stagione, un piccolo gioiello di meditazione sulla vita

La breve stagione, un piccolo gioiello di meditazione sulla vita

Il film di Agostino Vincenzi presentato nel teatro della Piccola Ribalta di Pesaro

di PAOLO MONTANARI

PESARO – Alla visione del trentesimo film del regista pesarese Agostino Vincenzi dal titolo La breve stagione, lo spettatore può avere almeno due reazioni: un film complesso sul vivere nella contemporaneità e il diniego di quelle espressioni e di quell’esistenza che contrasta con la convulsa vita quotidiana. IL film un corto di 27 minuti, è molto bello e il più riflessivo dei film girati da Agostino Vincenzi, che come lo scrittore o il poeta, si ferma ad un momento della sua vita per porsi gli interrogativi anche antropologici del nostro tempo. Scrive Vincenzi nella sinossi del film, che ha diretto, sceneggiato con Teodoro Briguglio ed ha diretto la fotografia:

… quando penso a lei e ai nostri discorsi, ho l’impressione di essermi spinto troppo oltre nel manifestarle un sentimento che mi appare ancora insicuro: mi piace tutto, la sua voce, la sua intelligenza precisa, ma la sua vita mi è estranea….

La ricerca e l’insicurezza di amare, è un tema eterno che ha affascinato poeti e scrittori. Vincenzi si è ispirato a questa storia di ricerca, partendo da una lettera e dalla volontà di rispondere. Un film tutto al femminile con un breve intervento di voce maschile fuori campo all’inizio del film e della straordinario interpretazione di Andrea Vincenzetti nella parte di un cieco che incontra la protagonista, la brava Francesca Siano al suo rientro nel suo appartamento. Un film che anche in questa occasione presenta l’imprimatur della Fedic, con il Cine club di Pesaro, il comune di Pesaro, la redazione del Resto del Carlino, il Museo Diocesano di Pesaro e la circoscrizione di Novilara. Un merito e plauso particolare va a Claudio Venanzini nel suo doppio ruolo si aiuto regista e montatore del film. E un riconoscimento a Francesco Balbi, l’insostituibile realizzatore dei backstages dei film di Vincenzi, che anche questa volta con la doppia intervista al regista e alla protagonista, ha reso chiaro il significato del film. Accanto a Francesca Siano, Silvia Sanchioni, Anna Nanni,Cinzia Bonopera, Sviltana Derleach, Paola Amadei, Rosalba Bucari, Paola Bini e Marika Cicerchia, che nono hanno il classico ruolo di comprimarie, ma di percorsi e mete umane, attraverso la riflessione esistenziale della protagonista. A rendere piacevole questo corto anche il contributo della sarta di scena Stefania Giuliani e del tecnico delle luci Gabriele Quieti.

Ma torniamo alla storia del film, partendo dalla lettera anonima, che però si concretizza nella ricerca di un amore forse perduto o ritrovato? Il tema è stato ripreso da un grande scrittore Marquez, che vede nella voglia di amare l’incontro/scontro con la solitudine umana. Uno scontro che questo momento si è spostato sul rapporto fra Umano e Disumano. Quanto tempo è passato dall’utilizzo della lettera come corrispondenza epistorale, nel film I Fidanzati di Ermanno Olmi. Oggi la lettera ha una funzione di memoria, di ritrovare tracce del passato, come ha fatto molto bene Agostino Vincenzi, nel girare alcune sequenze mirabili nel Museo Diocesano. Perchè la protagonista che ricerca disperatamente l’amore, si immerge con un velo di tristezza e di distacco nell’antico patrimonio artistico ormai passato? Perchè quelle opere d’arte probabilmente le fanno tornare in mente gli incontri culturali in quel luogo con il suo amore. Un film poco recitato e dialogato, ma profondo, che lascia, e qui si risente la lezione di Antonioni, una ricerca nello spazio e nel tempo, come quando nella piazzetta Toschi Mosca, la protagonista viene a contatto di nuovo con l’arte, la scultura di Giuliano Vangi: il tema dell’eterno amore, dell’illusione amorosa. Aspetti di un giano bifronte, che la protagonista, affronta anche nel confronto e scontro con la madre, una Lalla Ginepro sempre espressiva. Il lavoro quotidiano diviene un pretesto per uscire dal tunnel della solitudine.

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