Acqua morta, un bel giallo di ambientazione veneziana per il pesarese Michele Catozzi

Acqua morta, un bel giallo di ambientazione veneziana per il pesarese Michele Catozzi

Acqua morta, un bel giallo di ambientazione veneziana per il pesarese Michele Catozzi

di LUCA RACHETTA

Il cadavere affiorò dall’acqua morta di un canale secondario con la bassa marea. Prima la schiena, infagottata in una giacca di lino che un manto di alghe traslucide spennellavano di verde, poi la testa, liscia e splendente di capelli che aderivano ai lati, lasciando intravedere un buco nella scatola cranica.

L’alba era ancora nell’aria e l’aurora gettava lampi rosati sulla superficie irregolare della laguna, sottraendo alla penombra e alla foschia le isole minori, le bricole ai margini dei canali profondi, qualche barca lontana. Le sagome dei tetti e dei campanili di Venezia si stagliavano scure sullo sfondo striato di rosso e arancione.

Nel romanzo Acqua morta, scritto dal pesarese d’adozione Michele Catozzi, troviamo le atmosfere nebbiose e tristi della laguna di Venezia, svenduta ai turisti e progressivamente depauperata della propria identità: per questo uno degli ultimi avamposti della venezianità è la bettola di Bepi, affacciandosi alla porta della quale si avverte un tanfo di vino e di fumo tanto disgustoso da scoraggiare l’ingresso alle orde di turisti in cerca di punti di ristoro più asettici e  globalizzati.

Il legame con i temi dell’attualità, il realismo dei dialoghi, dai quali fa talvolta capolino il dialetto, e le vivaci interazioni tra i personaggi ci allontanano dalle suggestioni decadenti della Venezia di Thomas Mann, fortemente legata alla crisi esistenziale del protagonista fino a diventarne la cassa di risonanza, quasi che Mann avesse scelto l’ambientazione più idonea alla vicenda interiore del protagonista. In Acqua morta invece la crisi sembra quella della città, della sua tradizione, cui si lega quanto di corrotto e di eticamente poco commendevole intride la società, in una prospettiva collettiva e a largo raggio ben più idonea ad un giallo di impianto tradizionale.

L’affacciarsi del dialetto non sembra rispondere soltanto all’esigenza di conferire verosimiglianza al contesto in cui si svolge l’azione, ma pare garantire anche la genuinità dei personaggi che ne fanno uso, come se il vernacolo non si prestasse a veicolare ipocrisia e interessi occulti, privilegio della lingua nazionale, ma soltanto ad essere lo strumento comunicativo di impiccioni e ignoranti, scampoli di una semplicità d’altri tempi in via di estinzione.

La morte di Mirco Albrizzi, nipote di un noto politico, si annoda a un altro delitto vecchio di vent’anni, finendo con il rendere ancora più intricato il dipanarsi delle indagini. Anche sull’operato del commissario Nicola Aldani, uomo dai modi spicci e senza fronzoli ma animato da grande sensibilità e spiccato senso della giustizia, grava dunque la nebbia: non solo la foschia che avvolge ogni caso su cui non si sia fatta ancora luce, ma anche la foschia che ad arte viene prodotta allo scopo di far impaludare l’investigazione nelle acque torbide e limacciose dove giacciono, per interesse di qualcuno, le verità scomode.

Una storia avvincente che trova il suo seguito in Laguna nera, una nuova avventura del commissario Nicola Aldani data alle stampe nell’aprile del 2017.

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Michele Catozzi

Acqua morta

TEA, 2015.

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L’autore

Michele Catozzi è nato a Venezia nel 1960. Ha vissuto a lungo nel Veneto, dove si è occupato di editoria e giornalismo.

Da molti anni vive a Pesaro, dove svolge la professione di ingegnere informatico.

Ha scritto racconti di generi diversi, alcuni pubblicati in antologia e su riviste online. Il romanzo Acqua morta, vincitore del Torneo Io Scrittore 2014 (con il titolo originale Acque morte), è pubblicato da TEA, che nel 2017 ha dato alle stampe anche Laguna nera, il seguito del primo romanzo di Catozzi.

 

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