Federico Girelli ricorda la professoressa Lella Raffaelli nel trigesimo della scomparsa

Federico Girelli ricorda la professoressa Lella Raffaelli nel trigesimo della scomparsa

di FEDERICO GIRELLI*

PESARO – Il 5 aprile la professoressa Raffaella Raffaelli ci ha lasciato. Nei giorni immediatamente successivi sono apparsi sulla stampa Suoi (meritatissimi) ricordi che ne hanno messo in luce l’immagine pubblica: la innata signorilità, la profonda cultura e l’impegno, solo per fare un esempio, nella Società Dante Alighieri erano ben noti a Pesaro, Sua città natale.

Io vorrei, invece, ricordarLa nella dimensione privata, almeno dall’angolo prospettico di chi, come me, dalla Lella è stato accolto (e amato) come un figlio.

Mia moglie Benedetta è la più piccola dei quattro figli di Raffella Raffaelli.

Sin da quando (molto giovani) abbiamo iniziato a frequentarci ho avuto modo di apprezzare l’umanità della Signora, la cortesia, la disponibilità all’accoglienza, a mettere a proprio agio le persone, ad accettarle come sono. Non si trattava di mero bon ton (chi L’ha conosciuta, lo sa bene), ma di una eleganza affettuosa che connotava ogni Suo gesto, mai affettato, mai di sola maniera, sempre densamente amorevole.

Ebbi modo di notarlo anche quando (sempre da fidanzato) Le presentai mia sorella Maria Claudia, allora ragazza, la cui disabilità non rendeva (né rende) certo facile la comunicazione. Ricordo nitidamente la naturalezza del Suo approccio, l’assenza di un qualsivoglia imbarazzo, quella capacità di incontrare ogni singola persona, valorizzandone le peculiarità. Non si trattava di (sola) bontà d’animo, men che meno di pietismo, cui Lei non era affatto incline. Lella con tutti era così. E poi tante volte abbiamo avuto modo di parlare delle difficoltà oggettive che si incontrano quando si vive insieme ad una persona con disabilità: ne dimostrava piena consapevolezza, sempre attenta a non suscitare in me il benché minimo dispiacere.

Ricordo la Sua arguta autoironia. Una volta a tavola, conversando, anche con gli altri fratelli di Benedetta (Federico, Chiara e Alessandro), io, ragazzo, nel riferirmi a Lei dicevo “la professoressa”, pensando che fosse l’appellativo più indicato, se non che ad un certo punto interviene così: “Federico, ma chi è questa professoressa di cui parli? Non sarò mica io?”.

Ho poi un prezioso dono che Lella mi ha lasciato, cui posso solo accennare: il colloquio avuto con Lei quando Le ho chiesto la mano di Benedetta. Nemmeno mia moglie ne conosce il contenuto.

Le portai una rosa bianca e mi fece accomodare in salotto, poi chiuse le porte…

Ora, com’era Suo desiderio, riposa accanto al Suo amatissimo marito Sergio Agostinelli.

Grazie Mamma Lella di essere stata con noi, grazie, grazie di tutto.

*Genero grato e fortunato

 

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