La Via Crucis in attesa della resurrezione di ciascuno di noi

La Via Crucis in attesa della resurrezione di ciascuno di noi

PESARO – Quella che qui siamo felici di presentare è la Via Crucis di Martin Engelbrecht, documento storico e religioso del 1720 circa. Si tratte di 14 incisioni che rappresentano la testimonianza della Passione di Gesù Cristo, simbolo della cristiana sopportazione umana delle sofferenze di questa vita terrena. Ringraziamo il professor Tenedini che ha messo a nostra disposizione la sua collezione di incisioni.

Nella maggior parte delle chiese sono visibili ai lati le 14 tavole della Via Crucis . I fedeli si fermano davanti ogni stazione e pregano. Molte volte queste stazioni sono strette , una dietro l’altra e a poca distanza dalle panche. Non sempre è stato così. La nascita della Via Crucis nella vita religiosa dei cristiani risale al Medioevo, quando si riproducono in Occidente i luoghi del martirio di Gesù. Con le Crociate e i pellegrinaggi in Palestina vengono cercati ed individuati i luoghi della Passione dando vita ad una grossa diffusione della Via Crucis nel mondo cristiano . Inizialmente il percorso veniva intrapreso solamente con una croce, poi successivamente nasce la iconografia delle stazioni. Merito dei Francescani quello di avere introdotto questa devozione nel mondo cristiano.

Dal Concilio Vaticano Secondo, pur non mettendo in discussione questa pratica popolare viene privilegiata la lettura della Parola, aggiungendo la stazione delle Resurrezione per percorrere sì il cammino doloroso del Cristo ma guardando alla Resurrezione della Pasqua.

Questo nostro lavoro vuole essere un contributo,in occasione della santa Pasqua, in questi tempi difficili per il nostro Paese e per il Mondo intero, inteso a dare un segno di fiducia e speranza nel futuro e per onorare e ricordare le persone decedute e che stanno ancora morendo in questa terribile pandemia . Un grazie gigantesco a chi si sta prodigando per salvare le vite e che spesso si ammala e muore . Anche la nostra vita è cambiata e siamo diventati più grandi e coscienti. Noi cercheremo di fare la nostra parte.

Hanno realizzato questa iniziativa le classi 3H e la 5D dell’Istituto Alberghiero Santa Marta di Pesaro, Aurora Boccali della 2F, il professor Aldo Tenedini e la professoressa Silvana Giacchè. Ringraziamo per l’incoraggiamento il Dirigente scolastico Roberto Franca.

Un contributo-riflessione inedito ci arriva dalla scrittrice Ada Birri Alunno, docente dell’Istituto Santa Marta. Il video è realizzato da Alberto Tenedini

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Sere di primavera. Anno dopo anno, sempre uguale. Fiaccole colorate. Cera che cola sulle mani. Bambini che ridono piano ma non abbastanza. Anziani assorti in preghiera. Il sacerdote con l’altoparlante. Mamma sono stanco di camminare. Fai silenzio. Mani strette più forte. Persone alle finestre. Le stazioni.

Quand’è che cade Gesù? L’arrivo dentro le chiese. L’odore di gelsomino, fuori e, dentro, di incenso.

Attende lì volto chino di Cristo. Crocifisso, i bambini non sanno bene perché, ma lo guardano, ferito. Non s’immaginano che le croci sono affari comuni. Che ognuno porta qualcosa di pesante che non si vede.

Cresciamo. Smettiamo di fare domande, di aspettarci risposte. Impareremo a confidare nei segni, negli odori, nelle parvenze vaghe degli spiriti.

Manterremo però, vivo e così saldo, il bisogno atavico di essere accolti. Di essere ancora prima, decisi. Come si decide la fede in un matrimonio, la fedeltà a se stessi negli adulteri.

Cominciamo il cammino a neanche un metro di altezza, protesi in avanti ad orizzonti delineati con garbo a volte sommario di chi ci precede. Chi eredita la percezione di Dio ha un privilegio, una ricchezza inestimabile. Dio offre senso alle crepe dei muri, alla sofferenza degli singoli, traduce gli eventi, benedice naufraghi e relitti. Permette il lieto fine nella narrazione delle sventure.

Facilita, Dio, questo cammino, oggi, nei giri a vuoto dentro le stanze. Nella consapevolezza d’esser così sorprendentemente legati allo straniero in qualunque sua forma. Abbiamo bisogno di mani altrui per essere felici. E di sole e di sapere che ci sono buone probabilità di salvezza. Come quando la terra ha tremato forte e ci siamo trovati appesi come biancheria dimenticata alle intemperie. Abbiamo bisogno di sapere che potremo cadere più volte, che potremo peccare, che Dio esiste e che ha l’odore di tutte le madri, quello che resta sui cuscini, cellule morte, sacra sindone famigliare, conforto per i figli che ci dormono senza sentirsi mai soli. Quell’odore soltanto ha il potere taumaturgico di allontanare i sogni avversi, gli incubi, la serie di mostri che collezioniamo e che trasciniamo ovunque come bambole di pezza, bestie morbide, inseparabili.

Abbiamo bisogno del tempo che occorre per poter lasciar detto di noi, un’impronta, un messaggio che ci sia appartenuto che ci identifichi in qualcosa che è trascorso ma che sia incapace di morte. Abbiamo bisogno di trovare una qualche conferma al nostro perverso auspicio di rivelarci esseri non dimenticabili.

Abbiamo bisogno che ci siano perdonate le cadute. Di migrare per le stazioni e avere la certezza di trovare sempre qualcuno ad aspettarci al binario.

Oggi più di quanto non sia avvenuto mai prima, abbiamo la necessità di andare, di poter camminare fosse anche verso un’esecuzione. Di non restare fermi. Di non restare soli.

Portare una croce renderla nota, attendere assoluzione o condanna. Passi onesti. Non abbiamo bisogno di poeti che cantino la necessità del fermarsi, l’ira della terra madre che si ribella e proclama il suo esistere al di sopra di noi.

Abbiamo invece bisogno di poeti che cantino il sacrificio di non poter toccare e di non toccarsi. La bontà di un Dio che prenda la forma e l’immagine che ognuno vuol dargli, ma un Dio che salvi, sopra ogni cosa. Che sollevi i morti dalle proprie bare, i vinti dalla loro sconfitta, i soli dalla loro nostalgia. I rancorosi dal loro male. I peccatori dalla loro umana discordanza alla consuetudine.

Abbiamo bisogno di un Gesù Cristo che tenga, con i più fortunati, il conto dei giorni trascorsi in questo limbo informe, di un Dio che tenga a mente i nomi dei morti, strappata com’è la possibilità di tenere la mano a chi ci lascia. Che li ripeta come lezione a tutti e a se stesso. Un dio che faccia compagnia, che racconti storie dai finali aperti, fino a che gli occhi non si fanno chiusi. Un Dio che indichi segni ai vivi, che sprigioni profumi, sottolinei dettagli, porti il conforto tangibile che manca all’evanescenza delle preghiere. Abbiamo bisogno di sperimentare la nostalgia per sentirci fallibili, incompiuti e magnifici.

Percorriamo una via buia della quale non sappiamo abbastanza, che pare così lunga e impervia. Si sovrappongono le croci. Santi si fanno gli schermi, finestre spazio temporali che offrono sollievo alla battaglia quotidiana contro la distanza, possibilità dell’ultima parola.

È via crucis straziante, ognuno a suo modo. E attendiamo la crocifissione, il supplizio, attendiamo che si oscuri il cielo, che si spenga il sole. Aspettiamo di essere inchiodati, di scoprire che ci sia qualcuno a struggersi per lo spazio vuoto che lasceremo. Abbiamo bisogno di essere amati fino alla fine. E sopra ogni cosa, di saperlo, senza censure.

Ma di quelle sere di primavera, è rimasta una vaga speranza. Il dolore piacevole della cera sulle mani. La consapevolezza di un arrivo. Suono di campane, calore del sole. Sappiamo che passerà, perché anche senza Dio, la vita è più pesante di qualunque croce.

E quando tutto questo sarà finito, sarà ancora gelsomino, incenso e senza eccezione alcuna, resurrezione di ognuno.

QUI SOTTO un video:

 

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