Dopo il voto del 4 marzo, cosa fare del riformismo nelle Marche? 

Dopo il voto del 4 marzo, cosa fare del riformismo nelle Marche? 

Nella nostra regione c’è stata la scelta di gran parte degli elettori di abbracciare i partiti della rabbia. Oltre alle promesse di politiche assistenziali, sul voto ha pesato la sfiducia (giustificata) verso i potentati politici tradizionali

Dopo il voto del 4 marzo, cosa fare del riformismo nelle Marche? di TONINO ARMATA

Se per trent’anni il “centrosinistra” non ha protetto i lavoratori, seguendo l’idea fissa che si difende il lavoro e non i posti di lavoro, la catastrofe elettorale prima o dopo arriva. Comunque, non è il tempo delle fughe precipitose ma quello della politica. Quando si perde, bisogna ragionare.

Partendo dal ragionamento dobbiamo constatare che chi ha vinto e chi ha perso le elezioni politiche nelle Marche è fin troppo chiaro e le percentuali sono sotto gli occhi di tutti, quindi non partirei dai numeri per raccontare cosa questo voto significhi. Preferisco partire da quella parte delle Marche dove spesso le cose si riescono a leggere in maniera più chiara, quella parte delle Marche che con meno intelligenza è entrata in questa campagna elettorale e che con meno intelligenza entra in tutte le campagne elettorali ormai da moltissimo tempo. Quella parte delle Marche dove le forze politiche amano dragare voti, ma che, finché possono, cercano di evitare come la peste.

Partiamo dal Sud delle Marche che ci siamo abituati a considerare feudo della destra e, allo stesso tempo, sede di un forte consenso al Partito democratico retto da ras locali che per decenni hanno assicurato migliaia di voti. E proprio Forza Italia e Pd, in queste politiche, hanno vissuto un’emorragia di elettori confluiti in Lega e M5S. Quest’ultimo, con la promessa del reddito di cittadinanza, ha avuto un consenso quasi plebiscitario proprio nelle provincie in cui, non esistendo un’economia competitiva, l’unica speranza è la politica dei sussidi.

Il ragionamento avvenuto nelle Marche è questo: se il Pd mi ha sempre proposto belle idee, apertura, giustizia, ma poi non è mai riuscito a darmi nulla di tutto questo o ad avvicinarsi, allora preferisco l’assenza di progetto morale, preferisco ragionare rispetto a ciò che mi conviene adesso e che può non convenirmi domani, preferisco un movimento che non è né di destra né di sinistra, che si definisce post-ideologico, che non si pone questioni morali, che rivendica con orgoglio la propria incoerenza: un giorno europeisti e un giorno antieuropeisti; un giorno provax e un giorno antivax.

M5S e Lega non hanno preso in giro gli elettori, tutto era palese, tutto cambiava di giorno in giorno (un flusso continuo di notizie orecchiate, story di Instagram, post su Facebook e qualche Tweet) a seconda dei sondaggi. Finanche i casi di cronaca nera (Macerata docet) sono stati utilizzati per fare comunicazione politica. E paradossalmente questo ai marchigiani è piaciuto, la possibilità di non avere obblighi morali, di poter essere liberamente incoerenti a seconda delle esigenze del momento.
Essere elettore di un partito progressista presuppone portare sulle proprie spalle valori che nemmeno il partito per cui voti segue più. E allora che senso ha? Perché vivere il dissidio tra una coerenza autoimposta, e per cui bisogna quotidianamente lottare, e la possibilità di essere egoisticamente liberi?

Il M5S agli elettori delle Marche non ha dato alcuna soluzione su come far partire davvero l’economia, se non banali ricette di razionalizzazione delle spese e generiche promesse di lotta alla corruzione. Ha dato però una cosa ben più grande: bersagli da colpire. Ha capitalizzato la frustrazione, non chiedendo in cambio condotte di comportamento diverse, anzi, supportando sintassi da haters e impiantando una politica basata sulla percezione della realtà e non sulla realtà.

Ma alla rivendicazione della mancanza di coerenza, la Lega aggiunge un dettaglio che faremmo bene a non trascurare, ovvero la libertà di essere anche cattivi. La Lega di Salvini, che senza distinzione di età, sesso e provenienza manderebbe via tutti gli immigrati, che ha sempre disprezzato il Centro e Sud (sotto Bologna tutti terroni) e che ora si presenta come leader di tutto il Paese, giurando sul Vangelo sembra aver detto: essere contrari all’accoglienza, utilizzare un eloquio violento e apertamente razzista non è in contraddizione con le radici cattoliche.

Anche nelle Marche il 4 marzo ha vinto il malessere, non ha vinto la speranza e non ha vinto la voglia di un futuro migliore. Il 4 marzo ha vinto l’idea di Stato chiuso, di nazione con confini alti e invalicabili, invalicabili per gli esseri umani ma non per i capitali criminali.

Il 4 marzo ha vinto l’euroscetticismo, e ha perso l’idea di un’Europa unita e fiera dei suoi diritti, che l’avevano resa il posto migliore in cui vivere. Il 4 marzo ha vinto una strana forma di nichilismo che, proclamando la propria libertà da ogni coerenza, diventa libertà di essere cattivi.
Ma quale era l’alternativa? Questa volta non c’era. Lega e M5S hanno vinto perché dall’altra parte non c’era niente. Più niente.

Il Pd è scomparso anche nelle Marche perché ha bruciato migliaia di voti dalle europee 2014, cedendone alcuni migliaia a M5S e al centrodestra. Cos’ha saputo opporre alla flattax e all’istanza securitaria che ha fatto volare la destra e al reddito di cittadinanza e all’emergenza legalitaria che ha fatto esplodere il M5S? Puoi proporre i pochi spiccioli del Reddito di inclusione a tanti di poveri? Puoi smerciare le garanzie del Jobs Act a tanti giovani precari?

La lista delle domande è infinita. Fino ad arrivare a quelle cruciali: cosa deve essere “centrosinistra” in questa regione smarrita, come può predicare la faccia buona della globalizzazione senza abdicare alla protezione, lottare contro le disuguaglianze senza rinunciare al merito, combattere i populismi senza erigersi a oligarchia. Se questa è la priorità, un minuto dopo arriva la responsabilità, che si declina in due modi. In primo luogo c’è la leadership. È chiaro che quella renziana è ormai esaurita.

Ma è altrettanto chiaro che scaricare le coscienze e le colpe sul segretario regionale Comi è pura vigliaccheria. Domenica scorsa non è caduto solo Comi, che ha trasformato la speranza in una gigantesca delusione. Con lui ha fallito tutta una intera classe dirigente. Ora è giusto che la scelta del nuovo segretario passi dal popolo delle primarie.

E però, il Pd nelle Marche, anche quando viene malamente sconfitto rappresenta una buona fetta di tutto l’elettorato marchigiano, può ancora costruire attorno a se un partito riformista moderno. Le europee del 2014, col PD al 41 per cento, non erano l’apoteosi, le politiche del 2018 non sono la fine di tutto. I frangenti elettorali non sono il giudizio di dio.

È arrivato il tempo di cambiare passo e leadership. Azzerare i dirigenti, i quali, hanno portato il partito nelle Marche ai minimi storici. Poiché la sinistra scissionista della barzelletta a due cifre è scomparsa dai radar, chi può guidare questa fase? Nessuno: anche se il M5S ha avuto dalla sua un consenso da prima forza nelle Marche.

Il Pd, questo Pd, può ancora proporre un percorso riformista alle Marche e all’Italia. Però deve fare il Pd. Partito a vocazione maggioritaria e uscire dal perenne congresso col quale affronta ogni momento elettorale. I pezzi di società con cui dialogare ci sono. E non sono pochi. E sono i temi (diritti civili da completare, giovani, lavoro, scuola, cultura, cultura dell’infanzia, assistenza sanitaria con meno ticket e assistenza sociale – soprattutto per gli anziani) su cui ricominciare un dialogo, che però deve essere con i marchigiani, non con i capi correnti (i cacicchi) perennemente in lotta fra di loro.

Nel frattempo il Pd dovrebbe evitare di perdersi in manovre interne e in partite di piccolo cabotaggio, ma sforzarsi di affrontare un dibattito alto e alla luce del sole. La chiarezza e la trasparenza sono la migliore delle medicine per una sconfitta come quella di domenica 4 marzo, serviranno come base per provare a ricostruire.

Per concludere dico: aderisco con convinzione ancora al Pd; se, attraverso i suoi rappresentanti, mi racconta chi siamo, da dove veniamo e naturalmente dove vogliamo andare come collettività unificata dallo stesso sistema di valori. C’è un aforisma di Mahler, un’immagine potente, che penso riguardi quello di cui stiamo parlando: «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».

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P.S.) Molti dati macroeconomici sono migliorati in questi anni, sui diritti civili si sono fatti molti passi in avanti e altro resta da compiere, alcune tematiche fondamentali, lavoro e scuola, sono state poste, vanno rivisitate ma hanno comunque il consenso di un quinto dell’elettorato. Anche le stesse riforme istituzionali non sono un capitolo chiuso. Un risultato che sfiora circa il venti per cento, considerato che punti ulteriori del PD sono oggi rintracciabili nel consenso da altre forze che sono uscite dalle urne, deve essere speso nella politica e non buttato nel mare della rinuncia. È questo un passaggio delicato. Dal quale si transita con la politica e non facendo prevalere il rompete le righe.

 

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